luglio 29, 2017

La Guerra dei Burattini

Il teatro dei burattini si riempiva lentamente. Fra un po' si sarebbe riempito interamente. L'opera che per la prima volta sarebbe rappresentata lì era stata pubblicizzata con grandi locandine sui muri, annunciata alla tivù e sui giornali. Perciò, il pubblico aveva grandi aspettative. Sarebbe la rappresentazione di una battaglia epica. 
Con le persone ai loro posti, il sipario fu aperto. Lo scenario era ben dipinto, in fondo il panorama della desolazione mostrava le nuvole grigie sopra campi marroni, case distrutte sotto il bagliore rosso del sole che tramontava, la cui luce dava alle nuvole grigiastre un aspetto di malaugurio.
Un burattino fece la sua comparsa alla sinistra della scena, vestito con una divisa da militare. Un piccolo casco di plastica metallizzata brillava sulla sua testa di legno, mentre con la mano destra afferrava un fucile. Poco a poco uscirono così, da entrambi i latti dello scenario, i piccoli burattini, quelli a destra con la divisa blu, quelli a sinistra con la divisa verde. Dietro di loro entrarono anche piccoli cannoni di carta e carri armati di legno dipinti di argento... e lo spettacolo ebbe inizio.

Durante lo sviluppo della guerra, i grandi generali organizzavano le proprie strategie, i principi nelle loro tende guardavano la lotta e i soldati si combattevano a vicenda, tutti guidati da corde invisibili che determinavano il loro destino. Dopo un po' molti di loro giacevano sul suolo dello scenario. Il burattinaio era abile, e la storia si svolgeva di forma tale che i burattini sembravano animati da vita propria.

In determinato momento, però, ci fu uno strano movimento. Uno dei burattini, un piccolo soldato con la divisa blu, il cui casco gli era stato tolto con un colpo di fucile nemico e che era rimasto disteso in un angolo della scena, si alzò. Inizialmente il pubblico pensò che questo fosse parte della storia ma alcuni percepirono che le sue corde, le quali dovevano animarlo, cadevano flosce attorno a lui, come se le mani che le reggevano avessero dimenticato di tenerle ferme. Il piccolo burattino di legno cominciò ad alzare i suoi compagni caduti e, poco a poco, una buona parte dei burattini si muoveva senza la guida delle loro corde. Mutuamente loro si restituivano i caschi, si aiutavano ad alzarsi e si abbracciavano. Non importava se la divisa era blu o verde, i soldatini aiutavano i compagni a ergersi, riparavano le loro gambe storte, li aiutavano a muovere nuovamente le braccia inerti.
Nel frattempo gli altri burattini ancora combattevano guidati dal burattinaio fino a quando repentinamente alcuni di loro si fermarono e, tirando forte, si liberarono delle corde che li prendeva alla volontà del burattinaio. Si guardarono mutuamente e si unirono ai compagni che aiutavano i caduti. Dopodiché formarono un gruppo verde a un lato e uno blu all'altro dello scenario, e si affrontarono per un po'.
Il pubblico non riusciva a scuotersi dal suo stupore. Alcuni gridarono che era successo un miracolo, mentre altri sussurrarono che era qualcosa di diabolico. Frattanto i burattini, muovendosi liberi e per volontà propria, cominciarono a mescolarsi nuovamente, abbracciandosi, e il campo di battaglia di carta si riempì di burattini che giocavano, saltavano, ballavano e festeggiavano insieme, rovesciando i cannoni di carta e buttando via i loro fucili di plastica.
Nello scenario della guerra epica accadde qualcosa di magico: i burattini non erano più soggetti alla volontà altrui. La loro nuova libertà fu celebrata in unione, e percepirono come la loro guerra era stata inutile. Con le armi buttate via per sempre, i burattini lasciarono la scena uniti in un'unico abbraccio, ballando un'allegra danza di pace.

luglio 16, 2017

La Bambina

La goccia d'acqua, scendendo piano per il tronco dell'albero, lasciò una traccia quasi impercettibile. Arrivata al suolo, seguì il suo cammino, radunandosi con le sue sorelle e formando pozzanghere d'acqua in mezzo al campo. L'albero si curvava sotto la violenza del vento, che fischiava fra le sue foglie e i suoi rami, facendo un rumore tale che sembrava il mondo si stesse spaccando. Fra i rami un uccellino, piccolo e indifeso, cercava di nascondersi in una minuscola fessura del tronco. Era ancora molto giovane, nella sua corta esistenza non erano accadute così tante piogge, e nessuna era stata tanto forte come quella.

Sul suolo bagnato le foglie cadute formano un tappeto che trema con ogni soffio d'aria, mentre una bambina dorme profondamente sotto l'albero, il quale la protegge un po' dall'acqua inclemente. I suoi capelli neri, distesi tutt'intorno a lei, si mescolano con le foglie, con l'acqua e l'erba, e volano soffiati dal vento, come se l'aria li prendesse con mani invisibili e li tirasse con delicatezza. Il suo volto si nasconde parzialmente sotto il suo braccio, appoggiato sugli occhi. Il suo sonno era così profondo che neanche la tormenta riuscì a interromperlo. Le cose del mondo non avevano influenza su di lei: né il grido del vento, né l'albero curvato, né l'acqua gelida che inzuppava le sue gambe o l'erba che urtava il suo corpo. 
Allora l'uccellino cinguettò, un piccolo verso timido che comunemente sarebbe stato impercepito. Ma la bambina lo sentì e
la bambina libera può volare adesso
si svegliò, aprì gli occhi al mondo e lanciò un'occhiata attorno a sé. Aveva dormito così tanto! Quando si era sdraiata il sole ancora brillava alto nel cielo. Adesso era tutta fradicia ma non se ne importò, semplicemente cercò con lo sguardo fino a trovare l'uccellino. 
Lei lo guardò, e lui a sua volta trovò il suo sguardo e la fissò come se avesse capito che lei aveva risposto alla sua chiamata. Per un attimo, fu come se lei stesse sognando ancora: la pioggia non la bagnò più, il vento ammutolì, tutto rimase in pace, e nel mondo soltanto c'erano l'uccellino dagli occhi tristi e la bambina di vestito viola.
Tutt'a un tratto l'uccellino uscì dal suo rifugio, posò delicatamente sulla spalla della bambina e toccò con dolcezza il lobo del suo orecchio. E lei seppe che qualcosa era accaduta, e che mai più sarebbe la stessa; che l'uccellino le aveva portato quello che lei cercava da sempre. Quando lo guardò, si rese conto che lui era andato via, e che lei volava con piccole ali viola sotto la tempesta. Cercò rifugio, aspettò fino a quando il sole mostrò di nuovo il suo volto. E allorché la pioggia finì, lei uscì verso il mondo, libera per la prima volta in vita sua. Il suo sogno era diventato realtà: adesso lei poteva volare!


giugno 15, 2017

L'incubo di Alice

Quello era stato veramente un giorno da schifo. Non che le giornate di Alice fossero state buone ultimamente, ma quello aveva superato ogni record. Il sole brillava forte, riscaldando l'aria fino a fare le persone sentirsi cuocere come se fossero dentro una pentola bagnomaria. 
Tutta la mattinata lei l'aveva passata consegnando curriculum, uno dopo l'altro, in tutti i posti che aveva previamente selezionato, finché aveva finito tutte le copie che aveva nella sua cartella. Lei non sperava troppo. Sicuramente loro buttavano via il suo curriculum appena lei voltava le spalle. Ma cos'altro poteva fare? Alice aveva proprio bisogno di lavorare, e tentar non nuoce...
Aspettando la corriera per tornare a casa mentre pensava a cosa cucinerebbe a pranzo, Alice sentiva il trucco scorrerle per il viso sudato. A un certo punto percepì che la suola di uno dei suoi sandali si stava staccando. Ma che meraviglia! E per peggiorare le cose, la corriera era in ritardo e non si fermò a prenderla, anche se non era piena. Che giornata!
Quando Alice arrivò a casa, vide che la luce non funzionava - per l'ennesima volta - e lei non aveva fatto la spesa. Cioè: dimenticati di mangiare qualcosa che si possa chiamare veramente pranzo. Prese una scatola di tonno (l'unica cosa nel armadio della cucina), la aprì e se la mangiò. Dopodiché si recò alla sua scrivania, si sedette e, approfittando che la batteria del computer era piena, aprì la sua casella di posta per vedere se aveva ricevuto qualche novità.
Mentre pensava a cosa farebbe quando finisse la batteria del computer, la ragazza ricevette la chiamata di sua madre, che come sempre la chiamava per lamentarsi del suo nuovo compagno, Paolino. Adesso lui voleva trasferirsi alla casa di lei. Senza aiutare con le spese, chiaro, giacché non aveva ancora trovato un lavoro fisso. Alice ascoltava le lamentele materne in silenzio. Qualche volta alzava gli occhi al cielo, scocciata, e di tanto in tanto diceva automaticamente "mamma mia" e "ma veramente!" per far capire a sua madre che ancora la ascoltava. Ma non diceva niente. Ormai da troppo tempo sapeva che con sua mamma non c'era speranza. Lei sbuffava, si lamentava, si sfogava con chi voleva stare a sentirla, e poi andava come un agnellino e soddisfaceva tutti i capricci del compagno di turno. 
Alla fine sua mamma si calmò e, senza nemmeno chiederle come stava, chiuse la telefonata con un semplice "Ci sentiamo". Alice sospirò e chiuse il computer, che annunciava che i livelli di batteria erano critici. Decise allora di chiamare alla compagnia elettrica per fare un richiamo, approfittando che c'era ancora il sole. Chissà se così loro si decidevano a venire e riparare il guasto prima che fosse notte fonda. Forse i vicini avevano già chiamato, ma alla fine più chiamate meglio era. Dopo tutto lo slogan della compagnia elettrica era "Siamo la miglior luce in città!" Ma figuriamoci.
Dopo aver fatto il richiamo (in cui sfogò grande parte della sua rabbia), Alice si sedette nel divano e cercò di non fare attenzione al nodo che si sentiva formare in gola, e che le riempiva di amarezza il petto e la bocca. Non poteva la vita essere un tantino più semplice? Quando si sentiva così non sapeva se era meglio piangere o non piangere. Certamente darebbe sfogo allo stress e la tristezza, ma niente di più. "Quando si cresce piangere non serve a niente" si disse la ragazza, "nessuno verrà a consolarti e risolvere la tua situazione, come le mamme fanno con i loro bimbi". Lei fece spallucce mentre le lacrime le rigavano le guance. Anche se l'unico profitto fossero gli occhi rossi e ardenti, lei si sentiva alla fine delle forze. Con un gemito pensò, prima di consegnarsi alla tristezza: "e poi la tua vita rimane esattamente come prima".

Alice aprì gli occhi. Il buio entrava dalle finestre della cucina, creando ombre dietro il frigorifero e fra i mobili. Il salotto diventava sempre più grigio al tempo che la luce del sole si nascondeva dietro la curva terrestre. Lei non si ricordava cos'era successo. Quando si era addormentata? Per quanto tempo aveva dormito? L'ultima cosa di cui si ricordava era l'amarezza e la frustrazione che aveva sentito, e le lacrime che non era riuscita a trattenere. Sbatté le palpebre alcune volte, e una parte della sua mente le disse che c'era qualcosa di diverso. Cercò di alzarsi dal divano, e sentì che le sue braccia e gambe erano diventate troppo pesanti. Non riusciva a muovere le mani, che formicolavano. Sbatté nuovamente le palpebre, e vide davanti a sé luci colorate e stelline, come quando nel cartone animato Tom era picchiato da Jerry. 
divano assassinoGuardò le sue mani, e quello che vide la fece gridare. Solo che il grido le rimase in gola: la bocca non si aprì. Le mani erano aperte, le dita strette in un saluto militare. Indossava guanti neri che le arrivavano ai gomiti. Le braccia erano pesanti perché erano coperti da un tessuto duro, spesso, oppressivo, che le copriva anche le gambe fino alle ginocchia, in una specie di gonna stramba che la stringeva e le impediva di muovere le estremità. Ai piedi portava un paio di stivali di suola grossa che sembravano essere fatti di chiodi, pieni di punte affilate e di cinghie che le stringevano le caviglie e i polpacci. 
Lei percepì che era legata al divano, anche se non riusciva a vedere le corde che la prendevano, e la sua bocca era stata cucita, ma non le faceva male. Spalancò gli occhi, il panico riempiva il suo essere. Di un momento all'altro si accese la luce, ma non c'era nessuno accanto a lei. Lo splendore della luce aumentò fino a ferirle gli occhi, ma non poteva chiuderli. E non poteva muoversi, neanche gridare. Lei era alla mercé di chiunque fosse la persona che stava facendole quello. 
Il cellulare squillò, e il rumore ruppe il silenzio di una forma così repentina che il cuore di Alice sussultò nel suo petto. Lei guardò verso il telefonino, che aveva lasciato nel tavolino accanto al divano, ma quando fece per prenderlo sentì come se un paio di dita giganti le attanagliassero il braccio, e il guanto che indossava strinse ancora più forte le sue dita. A questo punto la ragazza pensò che tutto quanto non poteva essere altro che un brutto sogno. Il cellulare ancora squillava, insistente, sempre più forte e rumoroso. La persona che la chiamava non voleva saperne di riattaccare. Sicuramente era un incubo! Lei non riceveva mai chiamate così. Questo pensiero le diede un po' di calma. "Chi se ne frega" pensò "è semplicemente un incubo senza senso, più presto o più tardi mi sveglierò".
Ma il tempo passava. Fuori era già totalmente buio, ma il salotto brillava come se il Sole stesso ci fosse entrato dopo il tramonto. I bizzarri vestiti che indossava la comprimevano sempre di più, e lei si sentì sprofondare nel divano. In verità, questo se la stava mangiando. Sentì i cuscini ammorbidirsi, il tessuto intorno a lei cedere, mescolandosi con i vestiti e la stoffa grossa che la avvolgevano, impigliandosi nei chiodi dei suoi stivali. I fili che le cucivano la bocca ora si scioglievano, e tornavano a formarsi insieme alle fibre di poliestere dell'imbottitura del divano. Alice non riusciva a respirare. Cercò disperatamente di muoversi, di urlare, di gridare, di SVEGLIARSI per amor del cielo, ma niente funzionò. Sentiva la struttura del divano muoversi, come una cosa viva, una bocca di stoffa e imbottitura che cominciava a masticarla per ingoiarla. 
L'ultimo pensiero di Alice, prima di sparire nel buco infinito che si nascondeva in quello che finora era stato un comunissimo divano, fu che tutto era soltanto un brutto incubo, e aspettava per il risveglio. Il peso dei suoi vestiti-legature la trascinò verso il buio del buco. Alice sparì.

La vicina suonò due volte il campanello. Voleva avvisare che la luce era già tornata. Ma non ci fu nessuna risposta. "Deve essersi addormentata" pensò. "E poi vogliono trovare lavoro, rimanendo sempre a casa a far nulla..." Scuotendo la testa in segno di disapprovazione, la signora Maria se ne andò a preparar la cena.     

maggio 24, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - Il segreto di Gustavo

Mentre Isabella gli toglieva la vita col suo bacio terrificante, Gustavo si ricordò poco a poco di tutto quello che aveva lasciato indietro. L'infanzia trascorsa in quella piccola casa polverosa che sua madre faceva fatica a pagare, l'adolescenza solitaria, tutti i pomeriggi passati rinchiuso in camera da letto, a fissare il tetto e sognare con altri mondi. 
Si ricordò della prima volta in cui aveva desiderato una donna, gli inseguimenti, i piani, la soddisfazione che sentì quando finalmente la raggiunse e la prese per sé. Non erano state molte donne, ma abbastanza per cancellare dalla sua mente i dettagli, le facce, in modo a rimanere soltanto le reminiscenze delle grida, le lacrime, gli sguardi pieni di terrore. Lui non era sicuro di quando Isabella era stata una delle sue vittime. Alla fine, erano stati tanti corpi, tante facce belle e indifese, nascoste da capelli biondi o bruni, lunghi o arruffati dalla lotta. Facce pallide e piangenti sotto la sua propria, piena di gioia e lussuria mentre lui le prendeva e si soddisfaceva. Quella ragazza che adesso gli succhiava l'anima non doveva essere lì. Era uno sbaglio. Lei doveva essere sepolta da qualche parte, in un posto che nemmeno lui sapeva dove si trovava, a dormire per sempre sotto la terra scura e fredda.

Quando lui decise di cercare di controllare i suoi desideri e i suoi bisogni, ignorando i suoi impulsi e trasferendosi in un posto isolato dove non potessero più apparire, pensò di avere trovato la redenzione. Ma adesso capiva che non era stato sufficiente. Non poteva fuggire. La solitudine che si aveva imposto come condanna per le sue azioni non era un prezzo abbastanza alto da pagare. Lei lo aveva trovato, era uscita da chissà quale buca dove lui l'aveva sepolta ed era andata al suo incalzo in quella cittadina sperduta fra le montagne.
ragazza morta in cerca di vendettaSentendosi morire, lui alzò lo sguardo oltre la spalla bruna della fanciulla morta, e vide il quadro che era appeso dove prima si trovava lo specchio. Proferì un ultimo grido di spavento, soffocato dalle labbra rigide d'Isabella che non si staccavano da lui. Gridava perché nel quadro c'erano tutte, guardandolo dalla cornice, con gli occhi spalancati e luccicanti di vendetta.
Con gli ultimi lumi di lucidità il ragazzo pensò: - Come mai non mi sono reso conto di quello? - e sprofondò nel buio della morte.

Il vicinato fu sconvolto per la notizia della scomparsa di Gustavo. Quando finalmente la polizia buttò giù la porta della vecchia casa, tutto sembrava essere al suo posto. Le finestre erano chiuse, il letto, sfatto come se qualcuno l'avesse abbandonato nel mezzo della notte. Trovarono due bicchieri d'acqua sul tavolino del salotto che si trovava fra la poltrona ed il divano. Aprirono un'inchiesta, cercarono il ragazzo nelle città vicine, ma tutto fu invano. Con il correre del tempo la notizia non era più interessante. Alla fine lui era un ragazzo che non aveva nessun legame in quella città, e non erano arrivate persone a chiedere di lui. Soltanto Stella piangeva disperata la scomparsa repentina di colui che era diventato per lei un'ossessione.  
E nella casa vecchia, adesso vuota e libera dell'intrusione dei poliziotti, un quadro singolare appeso alla parete del salotto raffigurava un bacio fra un ragazzo orrorizzato e una fanciulla dagli occhi di ghiaccio. 

maggio 17, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - Il passato alla porta

- Scusa presentarmi così a quest'ora - disse la ragazza con un filo di voce - io avevo proprio bisogno di un posto dove stare, e solo mi veniva in mente casa tua.
Lui non rispose nulla, concentrato com'era nel guardare la fanciulla. Tutto era esattamente come la prima volta: lo stesso vestito blu lungo fino ai ginocchi, che cingeva la sua cintura per poi scendere come un velo leve e svolazzante sulle gambe; la stessa acconciatura, con i capelli raccolti da un nastro di seta blu (l'unica differenza era che adesso i capelli erano asciutti e ordinati), la stessa valigetta in mano. Gli venivano in mente così tante domande che non riusciva a parlare niente. Come mai se n'era andata senza dire niente? Perché non aveva lasciato un messaggio, un indirizzo per trovarla? 
Voleva sapere tutto su di lei, per non perderla nuovamente. Finalmente riuscì a schiarirsi la gola, e con la voce roca la invitò a entrare nel salotto e accomodarsi nel divano. Le offrì qualcosa da mangiare, ma lei rifiutò, accettando invece un bicchiere d'acqua. Sembrava essere più calma, e dopo alcuni minuti di imbarazzante silenzio, cominciarono a parlare tutt'e due allo stesso tempo. Lui le raccontò come la aveva cercata dappertutto, ma quando cominciò a domandarle dov'era stata o cosa aveva fatto in quel tempo Isabella cambiò discorso e gli chiese come andava il lavoro. Tutta la notte passò allo stesso modo: parlarono di un sacco di cose, ma ogni volta che lui le porgeva alcuna delle domande che gli giravano in testa, lei parlava d'altro o faceva finta di non aver sentito la domanda. 

L'alba cominciava a dipingere di rosa il cielo, e gli uccelli si avevano già svegliato e cantavano il suo saluto al sole. Gustavo ed Isabella ancora parlavano nel salotto della vecchia casa. Il ragazzo era ormai stufo di tutte le elusioni di Isabella. Prima di salutarla e andare a letto, la guardò negli occhi e le chiese seriamente una spiegazione per il suo comportamento. Dove era andata? Perché era sparita così? 
fanciulla guarda freddamenteIsabella allora lo guardò di forma strana, e gli disse con una voce fredda che gli fece rizzare i capelli della nuca: - Non ho niente da spiegare. E comunque tu sai bene dov'ero. Oggi sono tornata per non partire più. Puoi tranquillizzarti: non andrò via. 

Dicendo ciò, la fanciulla si alzò dal divano e si avvicinò lentamente a Gustavo, che la guardava confuso, cercando di capire le sue parole. Lei si abbassò, prese la sua faccia fra le mani delicate e lo baciò con quella bocca che lo aveva incantato. Al tocco di quelle labbra il cuore di Gustavo si congelò, e i suoi polmoni si fermarono, poiché quelle labbra erano gelide come la neve appena caduta, e le mani che lo afferravano per le guance erano dure, come pinze d'acciaio che gli facevano male e lo bloccavano nel suo posto. Lui volle liberarsi dalla ragazza che lo imprigionava nel suo abbraccio di ghiaccio, togliendogli il calore della vita, ma non ci riuscì. 
Cercò allora di gridare, di chiedere aiuto, ma la gola era contratta dalla paura, e le labbra prigionieri di quel bacio inaspettato che lo uccideva. Con gli occhi spalancati cercò gli occhi della ragazza, e vide una scintilla di gioia e odio nelle nere pupille di lei. E finalmente capì. Lei era il suo passato. Lui aveva cercato di lasciarlo indietro, ma questo lo aveva trovato.


Non perdere l'ultima parte di questa storia. Alla prossima!


maggio 03, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - Isabella ricompare

Il tempo passò. Una notte, Gustavo tornava a casa dopo esser stato nel bosco come di consueto, quando vide un'ombra che lo seguiva per il sentiero. Le prime case della città cominciavano ad apparire ai fianchi del cammino, e lui si guardò intorno per vedere se c'era qualcuno, ma le case erano silenziose, soltanto la luce usciva da alcune finestre illuminando la strada. Si girò per guardare dietro di sé, ma non vide altro che alcuni gatti che fuggivano fra le case e i giardini. Quando riprese la sua strada, fugacemente intravide la faccia di Isabella in una delle finestre più alte di una casa alla sua destra. Si fermò, con il cuore in gola, e scrutò nuovamente la facciata della casa, ma adesso tutte le finestre erano spente, e si vedeva soltanto il riflesso delle stelle diamantine sulla superficie lucida dei vetri. Cominciò a camminare svelto, quasi a correre, fino ad arrivare a casa sua, dove entrò in bagno e cercò di vomitare, ma non uscì niente. Sentiva una stretta nello stomaco e, quando si vide allo specchio, la sua faccia sembrava coperta di una maschera di cera. 
ragazza paesaggio notturno Cercò di scacciare le visioni. Accese la TV per avere un po' di rumore intorno, e prese un libro per distrarre la mente spaventata, ma non riuscì a capire una riga di quello che leggeva. Dopo più o meno un quarto d'ora in cui non era uscito dal primo paragrafo del libro, si diede per vinto, chiuse il libro e se ne andò a letto, lasciando la TV accesa. 

Si svegliò a tarda notte, morendo dalla sete. Scese le scale, bevve due bicchieri d'acqua gelata in cucina e stava andando verso il salotto per spegnere la TV quando sentì un rumore alla porta, come se un ramo d'albero stesse battendo contro il legno, che si ripeteva senza interruzione, richiamandolo con urgenza. Ancora un po' spaventato e mezzo addormentato, Gustavo sbirciò dalla finestra del salotto, e il suo cuore gli si fermò nel petto. Davanti all'uscio c'era Isabella, bagnata dall'argento della luna piena. La fanciulla guardava dietro di sé con aria guardinga, e batteva la porta con insistenza, come se da un momento all'altro qualcuno dovesse apparire all'altro capo della strada deserta. 
Gustavo era sotto shock, e per un attimo non seppe se stava sognando. Come un automa, andò verso l'uscio e lo aprì. 

aprile 28, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - Senza lo specchio

Dopo un'interruzione imprevista di più di una settimana, torna la continuazione del racconto della ragazza comparsa!

Il sole bagnava l'orizzonte, tingendo le nuvole di sfumature dorate e rosee. Il vento, un po' più fresco con l'avvicinarsi della notte, cominciò a soffiare più forte portando lontano i semi che cadevano dagli alberi, ma Gustavo sembrava non sentire nulla di quello che accadeva intorno a lui. Non voleva ancora tornare alla casa, che non sentiva più come sua. Vide il sole infiammare la città con la sua luce, il cielo da rosa tenue passò a violaceo, e la luna fece la sua comparsa nel cielo, accompagnata da alcune stelle che brillavano chiare, come a mandare messaggi dal cielo blu. Soltanto allora il ragazzo ritornò sui suoi passi e si avviò verso la sua dimora.

Una volta arrivato, si diresse verso lo specchio che lo tormentava, e con decisione lo tolse dalla parete. Lo specchio era più pesante di quello che lui si ricordava di quando lo aveva messo lì. Con passo traballante sotto il peso dell'oggetto, Gustavo lo portò in biblioteca e lo mise in uno spazio esistente tra uno degli scaffali e la parete, accanto alla scrivania, con la superficie luccicante rivolta verso la parete. Però a lui non piacque l'aspetto della parete vuota. Rimase a pensare cosa poteva mettere al posto dello specchio, e si ricordò di una serie di quadri che aveva trovato un giorno, in una delle stanze della casa che non usava mai. Salì le scale ed entrò nell'ultima stanza alla destra, dove un mucchio di cose vecchie era impilato ad accumulare polvere. Lui aveva portato lì tutte le cose rotte e che non gli servivano, sperando di buttarle via un giorno, che non arrivava mai. I quadri si trovavano dentro un vecchio armadio senza porte. Alcuni erano sbiaditi, un'altro aveva un taglio da una parte all'altra della cornice, in due di essi si poteva scorgere un'ombra marrone che un giorno poteva essere stata un ritratto. Uno, però, era in ottimo stato, ed era anche piacevole allo sguardo, anche se non si capiva bene cos'era dipinto. Sembrava uno di quei quadri astratti che si trovano in giro in tanti posti. Gustavo lo prese e lo portò giù dalle scale, lo pulì dalla polvere e le ragnatele e lo mise dove fino a poco tempo fa era appeso lo specchio dei suoi incubi.

Libertà, naturalezzaDopodiché la vita si normalizzò. Le apparizioni lasciarono di perseguitarlo, i suoi nervi si calmarono, tutto tornò ad essere come prima: una bella e pacifica routine fatta di lavoro, passeggiate e serate in compagnia dei suoi libri, la sua TV o i suoi colleghi. Persino con Stella parlava di più. Uscirono insieme un paio di volte, anche se mai da soli, ma in gruppi di amici che uscivano dall'hotel dopo una giornata lunga di lavoro e andavano ad ascoltare musica e a chiacchierare in uno dei pochi ristoranti del centro della città. Lui si sentiva più socievole, anche se non erano frequenti le sue serate di divertimento insieme agli altri. Per lo più si godeva di più le esplorazioni nel bosco: cercava di scoprire nuovi sentieri, nuovi posti isolati di naturalezza incontaminata dove poter sedersi, chiudere gli occhi e sentire il canto degli uccelli, il rumore delle foglie sotto il lieve tocco del vento, il fruscio dell'erba sotto le sue scarpe e il ronzio degli insetti che gli volavano intorno. Si sentiva nuovamente in pace.  E il ricordo di Isabella cominciò a svanire dalla sua mente, come un'ombra che non faceva più parte della sua vita. 

 

aprile 19, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - Riflessi e riflessioni

Nel suo lavoro, le cose non andavano bene per Gustavo. Adesso non era distratto per il ricordo di Isabella, ma era spaventato dall'idea di trovarsela davanti quando passava davanti a qualunque specchio. Nell'hotel ce n'erano parecchi: Dietro al bancone della reception la parete era ricoperta da uno specchio grande e luccicante che rifletteva la porta e gli ospiti che entravano; in ogni piano dell'hotel erano appesi due paia di specchi antichi dalla cornice argentata. Il ragazzo evitava di guardare gli specchi ogni volta che attraversava i corridoi per svolgere alcun incarico, e quando doveva fare il turno alla reception rimaneva fermamente di fronte alla hall d'ingresso. Ma anche così aveva paura. Alcune volte Stella lo trovava a guardare con timore le finestre ad arco che si trovavano ai lati della porta principale, come se si aspettasse di vedere un'apparizione.
Il suo corpo cominciava a dare i segni della tensione. Era dimagrito parecchio, il suo viso pallido aveva sempre un'espressione tesa, gli occhi spalancati e assenti. Non dimostrava interesse verso le cose che lo circondavano, all'infuori  degli specchi, non parlava più niente con nessuno. Era come un'ombra che veniva, svolgeva a malapena i suoi compiti e se ne andava barcollando per la via principale, evitando i pedestri con passi incerti e attraversando le strade nei momenti sbagliati. Una volta una delle poche macchine della città quasi lo investì. Lui non se ne rese conto, per quanto l'autista l'avesse ricoperto d'insulti. 

Un giorno, stabilì che aveva bisogno di una boccata d'aria e, uscito più presto dal lavoro, decise di fare una passeggiata per il bosco, cosa che non faceva da un bel po'. Però, invece di prendere il solito cammino, prese una stradina che circondava l'hotel e scendeva a ovest verso un altro ponto della città, andando a finire in una parte del bosco in cui lui non era mai andato prima.
In quel posto gli alberi erano più fitti, i rami si stendevano sulle traccie di quello che era stato un sentiero, i fiori sbocciavano fra l'erba. Camminò fino a quando gli alberi glielo permisero, e poi rimase a guardare la cittadina ai suoi piedi: le case basse e antiche, molto simili fra loro con i suoi tetti triangolari, le strade di pietra su cui andavano poche macchine e molte biciclette, la piazza centrale immersa nella luce del tramonto. Gli uccelli ancora cinguettavano mentre volavano di volta alle proprie dimore. Una folata di vento caldo spettinò i capelli del ragazzo e scuoté i rami degli alberi attorno a lui. Ma Gustavo non sentiva il calore, né vedeva la bellezza del paesaggio davanti a lui. Stava pensando alla sua situazione: era da solo al mondo, in una città che ancora non conosceva del tutto. Non si era mai importato prima con la solitudine. Per lui la vita era sempre stata così, non sentiva il bisogno di fare parte di un gruppo, di condividere le sue gioie o le sue tristezze con nessuno. Per lui le persone erano parte del paesaggio, con cui interagiva, ma a cui non mostrava mai la vera intimità del suo essere. L'unica persona che l'aveva toccato nel profondo era Isabella. Con lei sentì per la prima volta l'emozione di poter esprimersi del tutto davanti a un'altro essere umano. Lei era sparita, portandosi dietro quel sentimento inaspettato. E adesso lo perseguitava come apparizione, uno spettro che abitava negli specchi attorno a lui. 
Per quanto si sforzasse di scacciare via la paura, questa si insinuava in lui ogni volta che passava davanti a uno specchio o qualsiasi superficie riflettente. Ogni sforzo di razionalizzare la situazione, di dirsi che era tutto prodotto della mancanza di sonno e dei nervi eccitati, era vano. Il panico stava per invadere del tutto la sua mente.

aprile 18, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - Il riflesso nello specchio

Una notte in cui cominciava a sentirsi veramente il caldo, Gustavo spense la televisione e decise di leggere un po' a letto prima di addormentarsi. Si alzò dal divano e fu verso la piccola biblioteca che aveva fatto nella stanza adiacente al salotto, in cui si entrava attraverso una porticina alla destra del camino. In quella stanza, lui aveva messo degli scaffali con tutti i libri che aveva acquistato finora, e che avevano riempito una delle valigie con cui era arrivato in città. Gli scaffali erano disposti nelle pareti a sinistra e a destra della porta, così all'entrare in biblioteca poteva vedere la vecchia scrivania sistemata proprio sotto il davanzale della grande finestra, che lasciava entrare il sole pomeridiano a illuminare i titoli di tutti i libri che riposavano lì. 
In quel momento però, era la luce della luna che sfiorava delicatamente i lombi dei libri e il legno scuro e massiccio della scrivania, mobile che aveva fatto parte dell'arredamento originale della casa e a cui lui si era affezionato. In uno dei suoi cassetti aveva messo tutti i suoi documenti più importanti. L'altro era chiuso quando lui aveva acquistato la casa, e non aveva mai saputo dov'era la chiave.

Gustavo entrò e si diresse verso uno scaffale alla sua sinistra. Aveva acquistato alcuni libri il mese scorso (una delle poche spese in cui non risparmiava niente), e voleva scegliere quale leggere adesso. Quando fece la sua scelta e uscì dalla biblioteca, alzò lo sguardo e vide la figura di Isabella riflessa nello specchio appeso in salotto, proprio davanti alla porta da cui era appena uscito. Il suo cuore saltò nel suo petto, lui sbatté le palpebre e guardò di nuovo verso lo specchio, ma trovò soltanto la sua figura magra e un po' curva, gli occhi piccoli brillavano paurosi in un volto pallido, la mano tremante reggeva un libro.
Salì lentamente le vecchie scale che scricchiolavano sotto i suoi passi (per sistemare tutta la casa ci si volevano molti più soldi di quelli che lui aveva quando si era trasferito lì) e entrò nella sua camera, pensando che forse stava impazzendo. Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. Si tolse i vestiti e si infilò nel letto, e il contatto fresco delle lenzuola pulite lo calmò un po'. Comunque rimase sveglio a lungo, leggendo fino ad addormentarsi, quando già era notte fonda. 

Da quella notte, lo stesso fenomeno accadde ripetutamente: Alcune volte, quando lui passava davanti allo specchio, sentiva un paio d'occhi che lo fissavano da qualche parte. Se sbirciava sopra l'ombro o con la coda dell'occhio poteva vedere la figura d'Isabella, nel suo volto un sorriso sornione. Ma se lui si voltava verso lo specchio vedeva soltanto il suo riflesso e lo spavento nei suoi occhi. Gustavo cominciò a sentir una grande paura.

aprile 15, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - Il peso della solitudine

Ma Gustavo sapeva che non era stato un sogno. Lui aveva impresso nella mente il suono della voce di Isabella, allegra e piena di vita, ricordava i suoi occhi che sembravano ipnotizzarlo, la forma della sua bocca e del suo sorriso, i capelli che cadevano come cascate d'ebano sulla sua schiena. 
ragazzo si sente solo contemplativoAl lavoro il giovane non riusciva a concentrarsi nei suoi compiti. Se prima era stato una persona riservata, adesso era addirittura burbero, con i colleghi ma anche con gli ospiti dell'hotel. Guardava le persone come se fossero trasparenti, o come se cercasse in loro qualcosa che non riusciva a trovare. Se i suoi colleghi lo chiamavano per uscire dopo il turno, diceva seccamente di no o fingeva di non averli sentito.
Dopo il lavoro camminava, come di consueto, sul sentiero che portava al bosco e in cima alla montagna, ma adesso al contemplare la luce dorata bagnare la città non sentiva gioia, piuttosto guardava ogni casa domandandosi se lei era lì da qualche parte che gli era ignota. 

Stella era preoccupata per Gustavo. Il loro capo era sempre più insoddisfatto del lavoro svolto dal ragazzo, alcuni ospiti avevano fatto dei reclami, e lei lo vedeva allontanarsi ogni giorno di più da lei e da tutti gli altri. Cercò di avvicinarglisi, ma a ogni tentativo che faceva lui la respingeva con fermezza, nascondendosi dietro una corazza di cortesia gelida e silenziosa. 
Il giovane soffriva la sua solitudine isolandosi da tutti. Neanche lui capiva la contraddizione del suo comportamento, ma non riusciva a fare altrimenti. Lui non era socievole per natura, e l'idea di condividere il suo dolore per la perdita di una persona che aveva visto una sola volta in vita sua neanche gli sfiorava i pensieri. Eppure la sua routine di lavoro, passeggi solitari e notti accompagnato da sé stesso non aveva più incanto. Qual'era lo scopo di tutto ciò? Desiderava soltanto poter parlare ancora con Isabella.

aprile 13, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - La casa vuota

Quel giorno il tempo sembrò non voler passare. Gustavo guardava il vecchio orologio appeso alla parete nella hall dell'hotel, aspettando ansioso il momento di poter tornare a casa e continuare a conoscere quella visitante affascinante e inattesa. Ma le ore scorrevano piano, e lui diventava sempre più impaziente, in modo che anche il suo lavoro, di consueto eseguito con precisione, ne soffrì. Lui era distratto e assente, e a volte sorrideva tra sé. Stella notò il suo cambiamento e si incuriosì. Rimase a fantasticare su cosa era successa il giorno anteriore per lasciare il collega in quello stato di ansia ma anche di contentezza. In momento in cui non c'era molto da fare, lei si fece coraggio e gli chiese se aveva ricevuto qualche buona notizia. Il giovane le sorrise (per la prima volta da quando lavoravano insieme) e le rispose che no, semplicemente aveva trascorso una notte molto buona ed era molto felice. La risposta non soddisfece appieno la ragazza, ma lei rimase comunque colpita dal sorriso dedicatole dal collega, e ci pensò parecchio durante il resto della giornata.

ragazza dallo sguardo enigmaticoQuando Gustavo era uscito per lavorare, la sua ospite era ancora addormentata. Però quando lui ritornò, Isabella non era più a casa. Lui cercò invano qualche vestigio della sua visita, ma non trovò niente: il letto era fatto come se nessuno ci avesse dormito, il telo da bagno piegato con cura. Lei non aveva lasciato neanche una riga per ringraziarlo o per dirgli dove andava. Il ragazzo, disperato, rimase a vagare per ogni stanza della casa, immerso in una nostalgia che non aveva mai sentito prima. Era come se, all'improvviso, mancasse qualcosa in quella che finora era la sua dimora perfetta. Finalmente ritornò nella sua camera e si sdraiò lì dove la fanciulla aveva riposato. Cercò di leggere un po' per prendere il sonno, ma invano. Tutta la notte rimase a pensare a Isabella e ai suoi occhi neri, al modo come si illuminavano mentre loro chiacchieravano in salotto e lei difendeva con emozione un suo punto di vista.  
Durante i giorni seguenti, Gustavo cercò informazioni sulla ragazza fra i vicini e in città. Ma nessuno sapeva di lei. Non avevano visto nessuna giovane simile a quella che lui descriveva, e non c'erano stati forestieri in città da quando lui era arrivato. Allibito, il ragazzo cominciò a pensare che forse lui stava impazzendo. O forse era tutto stato un sogno di quella notte di tempesta.

aprile 10, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - La ragazza nella tempesta

Una notte, una tempesta si abbatté sulla città. Il vento agitava gli alberi, le gocce d'acqua, grosse e veloci, picchiavano le finestre come se chiedessero il permesso di entrare, mentre scuotevano le foglie che lottavano per rimanere attaccate ai rami degli alberi e bagnavano le strade con ferocia. Gustavo era al riparo nel suo salotto, leggendo un libro e, a intervalli, addormentandosi cullato dal frastuono della pioggia, che era per lui una buona compagnia notturna. Stava in procinto di andare a letto quando, tutt'a un tratto, sentì suonare il campanello. 
Aspettò un attimo, per essere certo che non l'aveva immaginato, ma sentì nuovamente il suono stridente del campanello e lui guardò attraverso le tende per vedere chi poteva essere, sorpreso di essere visitato (mai aveva ricevuto la visita di qualcuno) e sopratutto in quel orario e sotto quelle condizioni climatiche. 

donna sotto la pioggia
C'era una ragazza sulla soglia della porta, bagnata fradicia e tremante di freddo. Lui non la conosceva ma, vedendola in quelle condizione, ne ebbe pietà e corse ad aprire la porta. Lei entrò e sospirò alleviata. Gustavo le offrì la sua poltrona, mettendola ancora più vicina al camino, e andò in fretta a cercare un telo da bagno per lei, ma la ragazza gli disse che preferiva cambiarsi i vestiti bagnati. Fu soltanto in quel momento che lui si rese conto che in una delle sue mani lei afferrava una piccola valigia marrone. Un po' scioccato dalla sua disinvoltura, la portò in una delle camere da letto vuote e le indicò con un cenno del capo la porta del bagno. Fino a quell'istante lui non sapeva niente sulla fanciulla, che non gli aveva detto il suo nome o perché si trovava in quel posto, ma in cuor suo sapeva una cosa: era la donna più bella che avesse mai visto in vita sua. 
Anche se era tutta bagnata, la sua bellezza era notevole: i capelli scuri da cui colava l'acqua, gli occhi grandi, neri come pietre di onice, che brillavano fra ciglia folte e lunghe. La pelle era  bruna, accapponata dal freddo, e la bocca aveva i lineamenti delicati, anche se adesso era screpolata dal vento. Gustavo rimase a pensare nel mistero che avvolgeva la ragazza che adesso si trovava a casa sua seduto nella poltrona, mentre lei si faceva la doccia e si metteva abiti secchi. 

Quando lei tornò al salotto, cominciarono a parlare. Il suo nome era Isabella, ed era appena arrivata in città quando era scoppiata la tempesta. Non conoscendo il posto aveva corso in direzione alla prima casa che aveva trovato, che era quella di Gustavo.
I due giovani rimasero a chiacchierare tutta la notte, e nessuno dei due si rese conto dell'ora fino a quando il chiarore grigio dell'alba entrò dalle finestre, che avevano la tapparella alzata. Gustavo si meravigliò, poiché era la prima volta che dialogava per così tanto tempo con una persona. Siccome doveva lavorare fra un paio d'ore, decise di andare a dormire un po', così, offrì alla ragazza il suo letto e lui si coricò nel divano, per riposarsi per lo meno un po' prima di andare a lavorare.

aprile 06, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - Una nuova routine

L'inverno era passato e Gustavo cominciò a cercarsi un lavoro (ormai i risparmi erano quasi del tutto consumati). Adesso in città era una persona conosciuta, ed essendo amabile con tutti, anche se abbastanza riservato, riuscì a fare amicizia con le persone, e dopo un po' trovò un posto nell'hotel dove aveva alloggiato quando era appena arrivato in città. Con il suo carattere gentile e la sua prontezza nel lavoro, riuscì ad inserirsi presto nella comunità, e non lo vedevano più come l'eccentrico della casa abbandonata.

Anche se era già conosciuto e conosceva tutti, lui era comunque un tipo solitario per natura. Gli piaceva, uscendo dal lavoro, tornare a casa senza fretta, camminare per la via che portava al bosco che si allungava fino alla cima della montagna in cui si appoggiava l'intero comune. La naturalezza lo attirava, gli piaceva sentire il mormorare delle foglie quando il vento le baciava con delicatezza, e fra gli alberi aveva trovato un posto nel quale poteva sedersi e ammirare la luce del sole crepuscolare, che si diffondeva sopra la città come un manto d'oro dai riflessi arancione. "La vita è buona" pensava, e sentiva la gioia riempirgli il petto. 

Dopo il tramonto, tornava dando il giro attorno alla città, entrandoci per la via centrale, che portava dritto a casa sua. Cenava nel salotto, ascoltando musica o guardando la TV, per poi sdraiarsi comodamente nel divano e leggere un libro fino ad addormentarsi.
Qualche sera lui usciva con i colleghi del lavoro, bevevano e parlavano trivialità, ma in nessuna occasione gli altri riuscirono a scoprire qualcosa di nuovo sul forestiero che era venuto un giorno in pullman ed era rimasto in città.

Fra tutti c'era una persona che ci teneva di più a conoscere meglio il ragazzo: si trattava di Stella, che lavorava come receptionist nell'hotel e si era innamorata pazzamente di lui. La sua era quasi un'ossessione, ma sembrava che Gustavo non percepisse gli sguardi ardenti che lei gli dedicava mentre lavoravano insieme, le sue attenzioni e piccoli regali, che ricevevano in cambio un semplice "grazie"; poi lui tornava a fare quello a cui si stava dedicando. Stella era disperata d'amore.

aprile 05, 2017

Il mistero della ragazza comparsa - La casa

In una piccola città nascosta fra le montagne, c'era una casa che occupava un luogo importante della via principale. Era una casa antica, di quelle fatte da persone a cui piace lo spazio, con saloni enormi e camere in cui c'entrerebbe un intero appartamento di oggigiorno. Le finestre occupavano tutta la facciata e le porte, di ferro battuto scurito dal tempo, erano chiuse da così tanto tempo che nessuno si ricordava più quando erano state aperte per l'ultima volta.
Nessuno abitava in quella casa da quando il suo ultimo abitante, un anziano signore che non usciva mai di casa, era morto di cause naturali. Una signora vecchia quasi quanto lui se ne aveva preso cura, ed era uscita con la salma del suo capo portando una piccola valigia fra le mani, per non tornare mai più.

In un soleggiato pomeriggio di estate, un ragazzo arrivò in città. A lui piaceva abitare in luoghi piccoli e tranquilli e, quando aveva scoperto quella cittadina perduta fra le montagne, fece le valigie, radunò i suoi risparmi e prese il pullman che lo porterebbe lì. Una volta arrivato, prese una camera nell'unico albergo del posto, uscì a conoscere un po' i dintorni e cominciò a cercare un luogo appropriato per abitare.
Quando vide nella finestra di una piccola agenzia immobiliare che c'era una casa grande venduta a un prezzo ridicolamente basso, non ci pensò due volte. Dopo avere visto la casa, se ne innamorò. Secondo la signora dell'agenzia, la casa era tutta arredata, e l'unico problema era lo stato di abbandono in cui si trovava, dopo tanto tempo vuota.

Il primo giorno nella nuova dimora fu emozionante per Gustavo. La casa, immensa, era molto sporca dopo gli anni in disuso, la pittura squarciata e il tetto pieno di muffa conferivano all'insieme un aspetto lugubre, ma i mobili erano solidi, di quelli antichi, fatti per durare nel tempo.
Gustavo lavorò da solo nella ristrutturazione della casa, poco a poco, togliendo le ragnatele, levigando il tetto e le pareti, pitturando e lucidando ogni angolo dell'immobile, togliendo le logore tende, scure e pesanti, che nascondevano le magnifiche finestre.
Le persone in città si domandavano chi era quel giovane venuto da solo, che passava i giorni a lavorare nella casa abbandonata, senza chiedere l'aiuto di nessuno, senza lamentarsi con i vicini della quantità di lavoro da fare ancora, senza condividere qualsiasi informazione su sé stesso con quelli con cui parlava una volta ogni tanto. "Sarà un eccentrico", era quello che si dicevano nelle riunioni del pomeriggio.

La ristrutturazione si durarono diversi mesi, in cui lui si sostentò con i propri risparmi. Dopo tanti sforzi, i risultati furono veramente appaganti. Il pavimento brillava, le pareti, dipinte con colori caldi e allegri, conferivano vita agli spazi, persino i mobili sembravano vecchi ringiovaniti. Gustavo era felicissimo quando entrò nel suo salotto, accese il camino (perché ormai era inverno) e si sedette davanti per leggere un libro. A lui piaceva la vita solitaria e adesso, con la casa perfetta, era pienamente soddisfatto.