Mentre Isabella gli toglieva la vita col suo bacio terrificante, Gustavo si ricordò poco a poco di tutto quello che aveva lasciato indietro. L'infanzia trascorsa in quella piccola casa polverosa che sua madre faceva fatica a pagare, l'adolescenza solitaria, tutti i pomeriggi passati rinchiuso in camera da letto, a fissare il tetto e sognare con altri mondi.
Si ricordò della prima volta in cui aveva desiderato una donna, gli inseguimenti, i piani, la soddisfazione che sentì quando finalmente la raggiunse e la prese per sé. Non erano state molte donne, ma abbastanza per cancellare dalla sua mente i dettagli, le facce, in modo a rimanere soltanto le reminiscenze delle grida, le lacrime, gli sguardi pieni di terrore. Lui non era sicuro di quando Isabella era stata una delle sue vittime. Alla fine, erano stati tanti corpi, tante facce belle e indifese, nascoste da capelli biondi o bruni, lunghi o arruffati dalla lotta. Facce pallide e piangenti sotto la sua propria, piena di gioia e lussuria mentre lui le prendeva e si soddisfaceva. Quella ragazza che adesso gli succhiava l'anima non doveva essere lì. Era uno sbaglio. Lei doveva essere sepolta da qualche parte, in un posto che nemmeno lui sapeva dove si trovava, a dormire per sempre sotto la terra scura e fredda.
Quando lui decise di cercare di controllare i suoi desideri e i suoi bisogni, ignorando i suoi impulsi e trasferendosi in un posto isolato dove non potessero più apparire, pensò di avere trovato la redenzione. Ma adesso capiva che non era stato sufficiente. Non poteva fuggire. La solitudine che si aveva imposto come condanna per le sue azioni non era un prezzo abbastanza alto da pagare. Lei lo aveva trovato, era uscita da chissà quale buca dove lui l'aveva sepolta ed era andata al suo incalzo in quella cittadina sperduta fra le montagne.
Sentendosi morire, lui alzò lo sguardo oltre la spalla bruna della fanciulla morta, e vide il quadro che era appeso dove prima si trovava lo specchio. Proferì un ultimo grido di spavento, soffocato dalle labbra rigide d'Isabella che non si staccavano da lui. Gridava perché nel quadro c'erano tutte, guardandolo dalla cornice, con gli occhi spalancati e luccicanti di vendetta.
Con gli ultimi lumi di lucidità il ragazzo pensò: - Come mai non mi sono reso conto di quello? - e sprofondò nel buio della morte.
Il vicinato fu sconvolto per la notizia della scomparsa di Gustavo. Quando finalmente la polizia buttò giù la porta della vecchia casa, tutto sembrava essere al suo posto. Le finestre erano chiuse, il letto, sfatto come se qualcuno l'avesse abbandonato nel mezzo della notte. Trovarono due bicchieri d'acqua sul tavolino del salotto che si trovava fra la poltrona ed il divano. Aprirono un'inchiesta, cercarono il ragazzo nelle città vicine, ma tutto fu invano. Con il correre del tempo la notizia non era più interessante. Alla fine lui era un ragazzo che non aveva nessun legame in quella città, e non erano arrivate persone a chiedere di lui. Soltanto Stella piangeva disperata la scomparsa repentina di colui che era diventato per lei un'ossessione.
E nella casa vecchia, adesso vuota e libera dell'intrusione dei poliziotti, un quadro singolare appeso alla parete del salotto raffigurava un bacio fra un ragazzo orrorizzato e una fanciulla dagli occhi di ghiaccio.
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