Nel suo lavoro, le cose non andavano bene per Gustavo. Adesso non era distratto per il ricordo di Isabella, ma era spaventato dall'idea di trovarsela davanti quando passava davanti a qualunque specchio. Nell'hotel ce n'erano parecchi: Dietro al bancone della reception la parete era ricoperta da uno specchio grande e luccicante che rifletteva la porta e gli ospiti che entravano; in ogni piano dell'hotel erano appesi due paia di specchi antichi dalla cornice argentata. Il ragazzo evitava di guardare gli specchi ogni volta che attraversava i corridoi per svolgere alcun incarico, e quando doveva fare il turno alla reception rimaneva fermamente di fronte alla hall d'ingresso. Ma anche così aveva paura. Alcune volte Stella lo trovava a guardare con timore le finestre ad arco che si trovavano ai lati della porta principale, come se si aspettasse di vedere un'apparizione.
Il suo corpo cominciava a dare i segni della tensione. Era dimagrito parecchio, il suo viso pallido aveva sempre un'espressione tesa, gli occhi spalancati e assenti. Non dimostrava interesse verso le cose che lo circondavano, all'infuori degli specchi, non parlava più niente con nessuno. Era come un'ombra che veniva, svolgeva a malapena i suoi compiti e se ne andava barcollando per la via principale, evitando i pedestri con passi incerti e attraversando le strade nei momenti sbagliati. Una volta una delle poche macchine della città quasi lo investì. Lui non se ne rese conto, per quanto l'autista l'avesse ricoperto d'insulti.
Un giorno, stabilì che aveva bisogno di una boccata d'aria e, uscito più presto dal lavoro, decise di fare una passeggiata per il bosco, cosa che non faceva da un bel po'. Però, invece di prendere il solito cammino, prese una stradina che circondava l'hotel e scendeva a ovest verso un altro ponto della città, andando a finire in una parte del bosco in cui lui non era mai andato prima.
In quel posto gli alberi erano più fitti, i rami si stendevano sulle traccie di quello che era stato un sentiero, i fiori sbocciavano fra l'erba. Camminò fino a quando gli alberi glielo permisero, e poi rimase a guardare la cittadina ai suoi piedi: le case basse e antiche, molto simili fra loro con i suoi tetti triangolari, le strade di pietra su cui andavano poche macchine e molte biciclette, la piazza centrale immersa nella luce del tramonto. Gli uccelli ancora cinguettavano mentre volavano di volta alle proprie dimore. Una folata di vento caldo spettinò i capelli del ragazzo e scuoté i rami degli alberi attorno a lui. Ma Gustavo non sentiva il calore, né vedeva la bellezza del paesaggio davanti a lui. Stava pensando alla sua situazione: era da solo al mondo, in una città che ancora non conosceva del tutto. Non si era mai importato prima con la solitudine. Per lui la vita era sempre stata così, non sentiva il bisogno di fare parte di un gruppo, di condividere le sue gioie o le sue tristezze con nessuno. Per lui le persone erano parte del paesaggio, con cui interagiva, ma a cui non mostrava mai la vera intimità del suo essere. L'unica persona che l'aveva toccato nel profondo era Isabella. Con lei sentì per la prima volta l'emozione di poter esprimersi del tutto davanti a un'altro essere umano. Lei era sparita, portandosi dietro quel sentimento inaspettato. E adesso lo perseguitava come apparizione, uno spettro che abitava negli specchi attorno a lui.
Per quanto si sforzasse di scacciare via la paura, questa si insinuava in lui ogni volta che passava davanti a uno specchio o qualsiasi superficie riflettente. Ogni sforzo di razionalizzare la situazione, di dirsi che era tutto prodotto della mancanza di sonno e dei nervi eccitati, era vano. Il panico stava per invadere del tutto la sua mente.

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