giugno 15, 2017

L'incubo di Alice

Quello era stato veramente un giorno da schifo. Non che le giornate di Alice fossero state buone ultimamente, ma quello aveva superato ogni record. Il sole brillava forte, riscaldando l'aria fino a fare le persone sentirsi cuocere come se fossero dentro una pentola bagnomaria. 
Tutta la mattinata lei l'aveva passata consegnando curriculum, uno dopo l'altro, in tutti i posti che aveva previamente selezionato, finché aveva finito tutte le copie che aveva nella sua cartella. Lei non sperava troppo. Sicuramente loro buttavano via il suo curriculum appena lei voltava le spalle. Ma cos'altro poteva fare? Alice aveva proprio bisogno di lavorare, e tentar non nuoce...
Aspettando la corriera per tornare a casa mentre pensava a cosa cucinerebbe a pranzo, Alice sentiva il trucco scorrerle per il viso sudato. A un certo punto percepì che la suola di uno dei suoi sandali si stava staccando. Ma che meraviglia! E per peggiorare le cose, la corriera era in ritardo e non si fermò a prenderla, anche se non era piena. Che giornata!
Quando Alice arrivò a casa, vide che la luce non funzionava - per l'ennesima volta - e lei non aveva fatto la spesa. Cioè: dimenticati di mangiare qualcosa che si possa chiamare veramente pranzo. Prese una scatola di tonno (l'unica cosa nel armadio della cucina), la aprì e se la mangiò. Dopodiché si recò alla sua scrivania, si sedette e, approfittando che la batteria del computer era piena, aprì la sua casella di posta per vedere se aveva ricevuto qualche novità.
Mentre pensava a cosa farebbe quando finisse la batteria del computer, la ragazza ricevette la chiamata di sua madre, che come sempre la chiamava per lamentarsi del suo nuovo compagno, Paolino. Adesso lui voleva trasferirsi alla casa di lei. Senza aiutare con le spese, chiaro, giacché non aveva ancora trovato un lavoro fisso. Alice ascoltava le lamentele materne in silenzio. Qualche volta alzava gli occhi al cielo, scocciata, e di tanto in tanto diceva automaticamente "mamma mia" e "ma veramente!" per far capire a sua madre che ancora la ascoltava. Ma non diceva niente. Ormai da troppo tempo sapeva che con sua mamma non c'era speranza. Lei sbuffava, si lamentava, si sfogava con chi voleva stare a sentirla, e poi andava come un agnellino e soddisfaceva tutti i capricci del compagno di turno. 
Alla fine sua mamma si calmò e, senza nemmeno chiederle come stava, chiuse la telefonata con un semplice "Ci sentiamo". Alice sospirò e chiuse il computer, che annunciava che i livelli di batteria erano critici. Decise allora di chiamare alla compagnia elettrica per fare un richiamo, approfittando che c'era ancora il sole. Chissà se così loro si decidevano a venire e riparare il guasto prima che fosse notte fonda. Forse i vicini avevano già chiamato, ma alla fine più chiamate meglio era. Dopo tutto lo slogan della compagnia elettrica era "Siamo la miglior luce in città!" Ma figuriamoci.
Dopo aver fatto il richiamo (in cui sfogò grande parte della sua rabbia), Alice si sedette nel divano e cercò di non fare attenzione al nodo che si sentiva formare in gola, e che le riempiva di amarezza il petto e la bocca. Non poteva la vita essere un tantino più semplice? Quando si sentiva così non sapeva se era meglio piangere o non piangere. Certamente darebbe sfogo allo stress e la tristezza, ma niente di più. "Quando si cresce piangere non serve a niente" si disse la ragazza, "nessuno verrà a consolarti e risolvere la tua situazione, come le mamme fanno con i loro bimbi". Lei fece spallucce mentre le lacrime le rigavano le guance. Anche se l'unico profitto fossero gli occhi rossi e ardenti, lei si sentiva alla fine delle forze. Con un gemito pensò, prima di consegnarsi alla tristezza: "e poi la tua vita rimane esattamente come prima".

Alice aprì gli occhi. Il buio entrava dalle finestre della cucina, creando ombre dietro il frigorifero e fra i mobili. Il salotto diventava sempre più grigio al tempo che la luce del sole si nascondeva dietro la curva terrestre. Lei non si ricordava cos'era successo. Quando si era addormentata? Per quanto tempo aveva dormito? L'ultima cosa di cui si ricordava era l'amarezza e la frustrazione che aveva sentito, e le lacrime che non era riuscita a trattenere. Sbatté le palpebre alcune volte, e una parte della sua mente le disse che c'era qualcosa di diverso. Cercò di alzarsi dal divano, e sentì che le sue braccia e gambe erano diventate troppo pesanti. Non riusciva a muovere le mani, che formicolavano. Sbatté nuovamente le palpebre, e vide davanti a sé luci colorate e stelline, come quando nel cartone animato Tom era picchiato da Jerry. 
divano assassinoGuardò le sue mani, e quello che vide la fece gridare. Solo che il grido le rimase in gola: la bocca non si aprì. Le mani erano aperte, le dita strette in un saluto militare. Indossava guanti neri che le arrivavano ai gomiti. Le braccia erano pesanti perché erano coperti da un tessuto duro, spesso, oppressivo, che le copriva anche le gambe fino alle ginocchia, in una specie di gonna stramba che la stringeva e le impediva di muovere le estremità. Ai piedi portava un paio di stivali di suola grossa che sembravano essere fatti di chiodi, pieni di punte affilate e di cinghie che le stringevano le caviglie e i polpacci. 
Lei percepì che era legata al divano, anche se non riusciva a vedere le corde che la prendevano, e la sua bocca era stata cucita, ma non le faceva male. Spalancò gli occhi, il panico riempiva il suo essere. Di un momento all'altro si accese la luce, ma non c'era nessuno accanto a lei. Lo splendore della luce aumentò fino a ferirle gli occhi, ma non poteva chiuderli. E non poteva muoversi, neanche gridare. Lei era alla mercé di chiunque fosse la persona che stava facendole quello. 
Il cellulare squillò, e il rumore ruppe il silenzio di una forma così repentina che il cuore di Alice sussultò nel suo petto. Lei guardò verso il telefonino, che aveva lasciato nel tavolino accanto al divano, ma quando fece per prenderlo sentì come se un paio di dita giganti le attanagliassero il braccio, e il guanto che indossava strinse ancora più forte le sue dita. A questo punto la ragazza pensò che tutto quanto non poteva essere altro che un brutto sogno. Il cellulare ancora squillava, insistente, sempre più forte e rumoroso. La persona che la chiamava non voleva saperne di riattaccare. Sicuramente era un incubo! Lei non riceveva mai chiamate così. Questo pensiero le diede un po' di calma. "Chi se ne frega" pensò "è semplicemente un incubo senza senso, più presto o più tardi mi sveglierò".
Ma il tempo passava. Fuori era già totalmente buio, ma il salotto brillava come se il Sole stesso ci fosse entrato dopo il tramonto. I bizzarri vestiti che indossava la comprimevano sempre di più, e lei si sentì sprofondare nel divano. In verità, questo se la stava mangiando. Sentì i cuscini ammorbidirsi, il tessuto intorno a lei cedere, mescolandosi con i vestiti e la stoffa grossa che la avvolgevano, impigliandosi nei chiodi dei suoi stivali. I fili che le cucivano la bocca ora si scioglievano, e tornavano a formarsi insieme alle fibre di poliestere dell'imbottitura del divano. Alice non riusciva a respirare. Cercò disperatamente di muoversi, di urlare, di gridare, di SVEGLIARSI per amor del cielo, ma niente funzionò. Sentiva la struttura del divano muoversi, come una cosa viva, una bocca di stoffa e imbottitura che cominciava a masticarla per ingoiarla. 
L'ultimo pensiero di Alice, prima di sparire nel buco infinito che si nascondeva in quello che finora era stato un comunissimo divano, fu che tutto era soltanto un brutto incubo, e aspettava per il risveglio. Il peso dei suoi vestiti-legature la trascinò verso il buio del buco. Alice sparì.

La vicina suonò due volte il campanello. Voleva avvisare che la luce era già tornata. Ma non ci fu nessuna risposta. "Deve essersi addormentata" pensò. "E poi vogliono trovare lavoro, rimanendo sempre a casa a far nulla..." Scuotendo la testa in segno di disapprovazione, la signora Maria se ne andò a preparar la cena.