giugno 05, 2023

Giorno di Natale

Mario era stufo di cambiare canale in cerca di qualcosa da guardare in TV. Sua moglie Giovanna stava finendo di sistemare le cose per il pranzo di Natale: gli antipasti, i piatti e le posate erano al suo posto nella tavola. Era dal giorno precedente che lei si aveva dato da fare, pulendo la casa e cucinando i piatti preferiti dei nipoti, ed era stanchissima. Come sempre, suo marito si era limitato a guardarla nel suo andirivieni, senza alzare un dito per alleviare il suo carico. Lo sapeva benissimo che lei avrebbe accettato volentieri una mano, ma anche era fermo nella convinzione del suo ruolo. Come uomo della casa, le faccende domestiche non erano qualcosa che lo riguardasse. Non gli importava sentirsi addosso le occhiate esasperate della moglie, né sembrava vedere le sue rughe o la stanchezza che le tirava giù gli angoli della bocca. Lui aveva faticato parecchio durante molti anni, ed era giusto che adesso potesse godere un meritato riposo. Comunque lui non sapeva fare niente, avrebbe sicuramente fatto un gran casino, invece di aiutare la moglie. Mentre metteva a tacere la sua coscienza con quel pensiero, la vide entrare nel salotto. Lei era ancora tutta spettinata, aveva le mani arrossate dal lavoro e il grembiule era sporco e mezzo slacciato, ma a lui sembrò così bella che gli venne voglia di alzarsi e darle un bacio. Ad un tratto si rese conto di quanto erano invecchiati, tutti e due. "Quanti Natali avremo per celebrare

ancora insieme?" si domandò, e il cuore gli si strinse in un nodo amaro.

Il campanello suonò, e Mario si alzò per aprire la porta. "Ma Gio', sono arrivati e tu non sei ancora pronta! Dai, su, vai a cambiarti!" Lei lo guardò con occhi stanchi e senza dire niente salì le scale verso la camera da letto. Nel frattempo Mario aveva lasciato entrare la figlia Anna e il genero Luca, che teneva in braccio la figlia più piccola, addormentata. Mario diede un forte abbraccio al nipote e salutò con un gesto il genero, la cui presenza tollerava a mala pena e soltanto per amore della moglie; lei voleva celebrare le feste con tutti i nipotini. Prima della loro nascita la figlia non veniva a casa loro, perché neanche il genero sopportava bene la famiglia della compagna. Anna abbraccio il padre senza dire niente e corse dietro il figlio, che era andato dritto verso il tavolo e stava allungando la mano per prendere qualcosa da mangiare. Mario si sentiva a disagio senza Giovanna accanto, non sapeva cosa dire o come comportarsi. Sua figlia si era allontanata tanto da loro, che a volte gli sembrava di dover parlare con una estranea. Luca entrò nel salotto e accomodò la figlioletta nella poltrona. Poi si guardò intorno, evidentemente a disagio anche lui. Mario allora fece le domande di prassi: "Come va il lavoro? I bimbi vanno bene a scuola?" Anna rispose con brevi frasi mentre guardava di sottecchi il marito, che sembrava non ascoltare la conversazione. Lei allora sembrò animarsi un po', e iniziò a raccontare alcuni aneddoti sui bambini e le loro trovate. Poi, scorgendo un gesto del marito (che a Mario passò inosservato), si zittì e chiese dove era la mamma. Mario aprì la bocca per rispondere ma il campanello suonò ancora e lui chiese scusa e si avviò verso l'uscio. Era arrivato Marco.

Giovanna scese le scale e trovò il marito che salutava il figlio, la nuora e il nipotino con un'aria soddisfatta. Lui la guardò e ancora sentì quell'oppressione sul cuore. Quante altre occasioni avrebbero avuto per essere così, tutti insieme? Si sentiva felice di avere i figli accanto; anche con i sentimenti negativi che il genero svegliava in lui, era lieto di avere la figlia con sé ancora una volta. Si ricordava bene di quando erano tutti piccoli, e Marco correva dappertutto incasinando i mobili e ridacchiando, mentre Anna, solenne, gli diceva di smetterla e di comportarsi bene. In che momento era passato tutto quel tempo? Quando erano cresciuti quei due pargoletti? Adesso erano genitori a loro volta, e vivevano vite di cui Mario sapeva poco o niente. Il tempo in cui venivano da lui a raccontargli le loro giornate, piangendo di dolore o sorridenti per le novità ormai era sparito per sempre. La nostalgia gli fece venire le lacrime agli occhi, che divennero lucidi. "Papà, tutto a posto?" chiese Marco, mentre abbracciava il padre e si incamminavano tutti verso il salotto. "Sì, non preoccuparti, figliolo, è solo che sono vecchio. È dura la vecchiaia. Ma mi fa veramente piacere poterti avere ancora accanto"

Marco guardò il padre un po' pensieroso ma poi, vedendo che il figlio si stava arrampicando sui mobili, gli corse dietro arrabbiato. Mario rise, ricordando quando era lui a correre dietro ai propri monelli, e si incamminò verso la sala da pranzo insieme alla moglie.

Giovanna riusciva a mettere tutti a loro agio e, mentre si sistemavano attorno al tavolo, tutti chiacchierarono animati, raccontando le novità della loro vita, i cambiamenti nei loro lavori e le conquiste dei bambini. Mario osservava le loro facce allegri, domandandosi se le loro giornate erano veramente così. Si rammaricò per l'ennesima volta di averli tutti così lontani e desiderò poter condividere ancora molte feste con loro. Poi, godendosi ogni boccone preparato dalla moglie, ringraziò ancora il cielo per averla accanto, e si ripromise di dirle più spesso quanto lei era importante per lui, sapendo che la maggior parte del tempo non glielo faceva capire. Forse dopo Capodanno avrebbero potuto fare un piccolo viaggetto, solo loro due insieme… a questo pensiero sorrise.

"Chissà cosa fa sorridere Mario" disse Giulio alla collega infermiera che, insieme a lui, sistemava gli anziani per la sera. La casa di riposo era silenziosa, e le loro chiacchiere echeggiarono attraverso i corridoi ancora addobbati per le feste di Natale. Mario era nella solita posizione accanto alla finestra, sulla sua sedia a rotelle. 

"Va' a saperlo, Giulio, forse sta ricordando tempi migliori! Sicuramente non sorride per questa squallida giornata di Natale, povero vecchio!"

"Hai ragione, Mara, la solitudine si fa sentire di più alle feste… lo sai che da quando lavoro qui non ho mai visto che lui riceva una visita? Deve essere dura!"

"Io ho visto una volta una tizia che è venuta, se ne è stata insieme a lui per meno di mezz'oretta e poi se ne è andata di corsa. Credo fosse la figlia. A quanto ho capito lui ha dei figli, ma appena ha perso la moglie lo hanno lasciato in questa casa di cura. Poverino, a quanto ho capito è stato un duro colpo per lui" 

Sentendosi triste per lui, la ragazza diede un leve colpetto sulla spalla di Mario, che, sentendo il contatto, chiuse gli occhi senza dire niente. Poi i due infermieri finirono il lavoro, salutarono gli anziani e uscirono per celebrare insieme alle loro famiglie quello che restava del giorno di Natale.





aprile 27, 2023

Punti di Vista

 Quella sera, entrando a casa, il Topo disse alla moglie: 

- Cara mia, se ti raccontassi cosa mi è accaduto oggi!

Tutto eccitato, il Topo corse a sedersi nella sua poltrona favorita accanto al fuoco e i suoi figli si sedettero davanti a lui, per terra. La moglie lo guardò e gli disse, un po' annoiata (perché sapeva quanto lui adorasse raccontare un sacco di bugie): 

- Cosa? Hai trovato un frutto grande quanto una casa? Oppure ti sei mangiato un gatto? - disse, facendo tremare nervosamente la punta del naso e i lunghi baffi. 

- No, qualcosa di meglio: ho salvato la vita a un grosso leone! Adesso siamo i migliori amici che siano mai esistiti.

La signora Topo sbuffò incredula e, dopo aver dichiarato che aveva molto da fare, se ne andò in cucina a preparare la cena. Ma i topolini urlarono felici e, saltellando attorno al padre, gli chiesero tutti i dettagli di quel meraviglioso incontro. A quel punto il Topo, soddisfatto dell'attenzione che riceveva dai suoi figlioli, raccontò quello che gli era capitato.

Il giorno seguente, tutta la foresta sapeva che c'era un topo eroe in giro. I topolini avevano raccontato la storia ai loro amici, che l'avevano riferita ai loro genitori e questi l'avevano commentata al bar mentre facevano colazione. L'audace topo che aveva scacciato da solo un gruppo enorme di cacciatori, spaventandoli a morte, era il tema di conversazione di tutti quanti. Immaginare il leone impaurito che aveva supplicato al topo di slegarlo e salvarlo e che, una volta libero, si era nascosto dietro ai cespugli mentre il topolino faceva saltare di qua e di là i cacciatori spaventati li faceva ridere fino alle lacrime. Si congratulavano con la signora Topo che, con molta vergogna, accettava i complimenti, pur sapendo in cuor suo che sicuramente nella storia c'era una punta (o anche più) di fantasia. 

- Se tutti fossero coraggiosi come quel topo, saremmo tutti più sicuri - dicevano ammirati - e gli uomini ci lascerebbero in pace.

La storia raggiunse le orecchie dell'altro suo protagonista, il Leone, il grande re della foresta. Il giorno prima lui, stanco dopo lo stressante episodio in cui aveva pensato che avrebbe perso la vita, era arrivato a casa, fatto un cenno con il capo alle leonesse e i cuccioli e si era messo subito a letto. Loro non sapevano cosa era successo, ma l'indomani sua moglie lo svegliò con la notizia che lui era lo zimbello della foresta.

- Come è possibile! Il tuo migliore amico… un topo! Che ti ha salvato un TOPO? Un simile animaletto ha scacciato quelli che ti avevano imprigionato? Sei fuggito impaurito (!) mentre ti facevi difendere da un topo!? Dimmi adesso come faremo a uscire di casa a testa alta? - piagnucolavano i leoncini mentre nascondevano la faccia fra le zampe. 

Le leonesse non dicevano niente: erano impegnate a nei preparativi per la caccia notturna, e stavano decidendo quali insulti avrebbero usato quando avessero incontrato le loro nemiche, le iene.

- È tutta una bugia! - rispose il Leone innervosito. - Sì, è vero che lui ha morso i lacci che mi avevano intrappolato, ma poi siamo scappati tutti e due! E comunque, lui lo ha fatto perché aveva un debito verso di me: alcuni giorni prima io lo avevo lasciato vivere quando lui mi aveva svegliato. Lui è un topo molto irritante, non faceva altro che saltellarmi addosso e ridacchiare vicino alle mie orecchie, mi ha svegliato proprio nella parte più bella del mio sogno… volevo mangiarmelo, io, ma lui mi ha implorato in ginocchio che io lo lasciassi vivere e io, sentendomi benevolo, l'ho lasciato andare.

- Però, - disse la leonessa sua moglie, con un luccichio divertito negli occhi - a me il signor Leopardo, nostro vicino, mi ha detto che ormai tutti sono al corrente del fatto che come amico del cuore hai scelto un piccolo, insignificante topo e…

- Non è vero! - La interruppe il Leone, ormai molto arrabbiato - Io ho perdonato la sua impertinenza, lui mi ha retribuito la mia magnanimità con un piccolo contributo a salvarmi la vita. C'era un debito che è stato pagato, ed è finita lì. Neanche so come si chiama questo maledetto topo!

Nelle settimane che seguirono si continuò a parlare dell'accaduto. Chi conosceva bene il Topo non dava molto credito alle sue affermazioni, ma per parecchi giorni il Leone evitò di farsi vedere in pubblico, perché era stufo di sentire le battutine sarcastiche degli altri e gli sguardi che gli lanciavano alle spalle. Fino al giorno felice in cui si diffuse nella foresta l'ultima novità: la moglie principale del signor Ippie, il più grosso ippopotamo della foresta, era fuggita con un giovano ippopotamo arrivato nella zona da un paio di giorni. Una notizia così grossa doveva per forza accaparrare l'attenzione di tutti. Per il Leone fu un gran sollievo. Finalmente poteva lasciarsi alle spalle quella assurda storia sua sua amicizia con un topo supereroe. Ma per il Topo fu un evento molto doloroso. Si era abituato agli elogi e alle lodi, e tornare a essere un semplice signor Topo qualunque lo fece decidere di non raccontare mai più nessun evento della sua vita agli altri. La signora Topo rimase così felice per questa decisione che si mise a ballare, e continuò a ballare per una settimana intera. 

 

novembre 30, 2021

La Sorte della Principessa

 Il principe azzurro sosta davanti alla porta del castello. Nella torre, la principessa aspetta che lui venga a salvarla. 

Ma lui è fermo a guardare l'uscio con gli occhi sbarrati, le viscere in un morso di ghiaccio, i piedi incollati al pavimento come se ne facessero parte. La mano sull'impugnatura della spada trema, e lui esita mentre alla principessa il tempo sta per scadere; le guance rigate di lacrime, le braccia consunte che non hanno più forze per sbattere la porta, le gambe che non sorreggono più il suo corpo stanco, affamato, le dicono che manca poco alla fine.

La sua gola, secca di sete e di tanto gridare, non emette più alcun suono, e la principessa tace, sdraiata sul pavimento freddo, con l'ultima speranza riposta nella promessa di salvezza che le diede il suo principe. Ma lui esita ancora, e passano i secondi, uno, due, tre o quattro ore, e finalmente la porta si apre, il mostro gigantesco lo prende e lo ammazza, lo schiaccia e lo divora, mentre nella torre la principessa chiude gli occhi, mentre il suo ultimo desiderio vola alla libertà che ormai ha perso per sempre.

luglio 29, 2017

La Guerra dei Burattini

Il teatro dei burattini si riempiva lentamente. Fra un po' si sarebbe riempito interamente. L'opera che per la prima volta sarebbe rappresentata lì era stata pubblicizzata con grandi locandine sui muri, annunciata alla tivù e sui giornali. Perciò, il pubblico aveva grandi aspettative. Sarebbe la rappresentazione di una battaglia epica. 
Con le persone ai loro posti, il sipario fu aperto. Lo scenario era ben dipinto, in fondo il panorama della desolazione mostrava le nuvole grigie sopra campi marroni, case distrutte sotto il bagliore rosso del sole che tramontava, la cui luce dava alle nuvole grigiastre un aspetto di malaugurio.
Un burattino fece la sua comparsa alla sinistra della scena, vestito con una divisa da militare. Un piccolo casco di plastica metallizzata brillava sulla sua testa di legno, mentre con la mano destra afferrava un fucile. Poco a poco uscirono così, da entrambi i latti dello scenario, i piccoli burattini, quelli a destra con la divisa blu, quelli a sinistra con la divisa verde. Dietro di loro entrarono anche piccoli cannoni di carta e carri armati di legno dipinti di argento... e lo spettacolo ebbe inizio.

Durante lo sviluppo della guerra, i grandi generali organizzavano le proprie strategie, i principi nelle loro tende guardavano la lotta e i soldati si combattevano a vicenda, tutti guidati da corde invisibili che determinavano il loro destino. Dopo un po' molti di loro giacevano sul suolo dello scenario. Il burattinaio era abile, e la storia si svolgeva di forma tale che i burattini sembravano animati da vita propria.

In determinato momento, però, ci fu uno strano movimento. Uno dei burattini, un piccolo soldato con la divisa blu, il cui casco gli era stato tolto con un colpo di fucile nemico e che era rimasto disteso in un angolo della scena, si alzò. Inizialmente il pubblico pensò che questo fosse parte della storia ma alcuni percepirono che le sue corde, le quali dovevano animarlo, cadevano flosce attorno a lui, come se le mani che le reggevano avessero dimenticato di tenerle ferme. Il piccolo burattino di legno cominciò ad alzare i suoi compagni caduti e, poco a poco, una buona parte dei burattini si muoveva senza la guida delle loro corde. Mutuamente loro si restituivano i caschi, si aiutavano ad alzarsi e si abbracciavano. Non importava se la divisa era blu o verde, i soldatini aiutavano i compagni a ergersi, riparavano le loro gambe storte, li aiutavano a muovere nuovamente le braccia inerti.
Nel frattempo gli altri burattini ancora combattevano guidati dal burattinaio fino a quando repentinamente alcuni di loro si fermarono e, tirando forte, si liberarono delle corde che li prendeva alla volontà del burattinaio. Si guardarono mutuamente e si unirono ai compagni che aiutavano i caduti. Dopodiché formarono un gruppo verde a un lato e uno blu all'altro dello scenario, e si affrontarono per un po'.
Il pubblico non riusciva a scuotersi dal suo stupore. Alcuni gridarono che era successo un miracolo, mentre altri sussurrarono che era qualcosa di diabolico. Frattanto i burattini, muovendosi liberi e per volontà propria, cominciarono a mescolarsi nuovamente, abbracciandosi, e il campo di battaglia di carta si riempì di burattini che giocavano, saltavano, ballavano e festeggiavano insieme, rovesciando i cannoni di carta e buttando via i loro fucili di plastica.
Nello scenario della guerra epica accadde qualcosa di magico: i burattini non erano più soggetti alla volontà altrui. La loro nuova libertà fu celebrata in unione, e percepirono come la loro guerra era stata inutile. Con le armi buttate via per sempre, i burattini lasciarono la scena uniti in un'unico abbraccio, ballando un'allegra danza di pace.